Raggiunta l’esistenza di Dio come Sommo Bene, da cui non può derivare alcun male, occorre ora proseguire la ricerca circa l’origine del male introducendo un’ipotesi di indubbio interesse. Nella terza puntata si accennava ad Agostino e al suo sofferto interrogarsi attorno al nostro problema: «Quaerebam unde malum et non erat exitus». Ebbene, il grande retore africano fu per circa nove anni vicino al manicheismo anche a motivo della spiegazione convincente che offriva in materia: la teoria del dualismo teologico.
Si tratta di una costante religiosa-filosofica della storia dell’umanità, data la notevole diffusione in correnti di pensiero (pitagorismo, platonismo, neoplatonismo, plotinismo, gnosticismo, ermetismo), religioni (zoroastrismo e, appunto, manicheismo), sette e movimenti (bogomili, catari, raskolniki): prendendo le mosse dall’esperienza umana lacerata nel contrasto abissale tra bene e male il dualismo sostiene che tanto uno quanto l’altro siano da ricondurre a loro specifici principi, da un lato quello del Bene e dall’altro quello del Male. Essi, nota lo studioso Manuel Guerra, «coincidono nelle condizioni di “principi” con il duplice valore proprio del termine: a) ontico, ossia causa e origine del rispettivo settore buono o cattivo; b) cronologico, cioè preesistenti a tutto, dotati di uguale valore e di stessa forza, […], eterni. In tutto il resto differiscono, anzi, di più, si contrappongono».
Due principi preesistenti a tutto, origine di ogni cosa ed eterni non sono altro che due divinità. Va precisato che a questa visione paiono riconducibili anche quelle proprie di politeismo (molti dei) ed henoteismo (un dio supremo e vari dei inferiori).
Occorre domandarsi se sia razionalmente possibile ammettere l’esistenza di due (o più) entità divine: si proseguirà l’indagine esaminando gli attributi della semplicità, perfezione e unità di Dio per poi giungere a quello della sua unicità.
Dio è totalmente semplice: nell’Essere non si dà alcun tipo di composizione, né di parti quantitative poiché non è corporeo, né di atto e potenza in quanto Atto Puro, né di materia e forma essendo Forma per se ovvero Spirito, né di sostanza e accidenti poiché è Sostanza senza accidenti, né di essenza ed essere poiché Dio non ha l’essere per partecipazione ma è per essenza, né di sostanza e di essenza che si identificano.
Dio è perfettissimo: se l’atto di per sé dice perfezione e la potenza imperfezione, l’Atto Puro non può che essere assolutamente non mancante di nulla, cioè perfettissimo; tra tutte le cose, scrive Tommaso, «l’essere è la più perfetta, perché verso tutte sta in rapporto di atto. Niente infatti ha l’attualità se non in quanto è: perciò l’essere stesso è l’attualità di tutte le cose, anche delle stesse forme»: in quanto Ipsum Esse Subsistens Dio possiede l’essere, che è perfezione delle perfezioni, al grado massimo, dunque si può considerare la stessa Perfezione.
Uno - rileva l'Aquinate - «non altro significa che ente indiviso. E da ciò appare chiaro che l’uno si identifica con l’ente. Infatti, ogni ente o è semplice o composto. Quello semplice non è attualmente diviso e neppure è divisibile. Quello composto non esiste finché le sue parti sono divise, ma solo dopo che l’hanno costituito e composto. Quindi è manifesto che l’essere di qualsiasi cosa consiste nell’indivisione. Di qui deriva che ogni cosa come conserva il proprio essere, così conserva la propria unità». Dio possiede unità di semplicità (e non di composizione) e non solo è uno e indiviso, ma lo è al grado massimo: «perché una cosa sia massimamente una, bisogna che sia e massimamente ente e massimamente indivisa» e ciò si verifica in Dio rispettivamente in quanto «essere sussistente» e in quanto «semplice sotto tutti gli aspetti».
Eccoci infine all’attributo dell’unicità, che Tommaso "prova" a partire dagli altri attributi.
Muovendo dalla semplicità offre un esempio illuminante: «È evidente che ciò, per cui un essere singolo viene
costituito soggetto individuale, in nessuna maniera è comunicabile a più d’uno.
P. es., ciò per cui Socrate è uomo, è comunicabile a molti; ma ciò per cui
Socrate è quest’uomo qui, non può convenire che a uno solo. Se dunque Socrate
fosse costituito uomo da ciò per cui è quest’uomo [qui], come non vi possono essere più Socrati, così
non vi potrebbero essere più uomini. Ora, questo avviene di Dio: perché Dio è la sua stessa natura».
Con riguardo all’assoluta perfezione che è propria di Dio l’Aquinate nota che se «ci fossero più dei, bisognerebbe che in qualche cosa differissero: quindi qualche cosa converrebbe all’uno che non converrebbe all’altro. E se questo qualche cosa fosse una privazione, l’uno non sarebbe pienamente perfetto; se poi fosse una perfezione, l’altro ne sarebbe mancante».
In relazione all’unità Tommaso rileva che se tutto si oppone alla divisione per non finire nel non essere (ovvero nel nulla) l’Essere per essenza non può che concepirsi massimamente indiviso e dunque unico.
Un'ultima nota anche attorno all’attributo dell’infinitezza divina. L’Atto Puro non ammettendo potenzialità non ha limitazione né è ricevuto da alcunché ma è assolutamente infinito e illimitato: già Anassimandro riteneva che all’origine di tutto ci fosse l’apeiron, ovvero l’infinito. Ora, due entità o potenze infinite si escludono a vicenda per definizione: è forse possibile immaginare, su un piano cartesiano, due distinte superfici infinite?
Fonti:
AGOSTINO, Le confessioni (a cura di CARENA C.), Città Nuova, Roma 1971, pp. 91 (IV, 1, 1), 123 (V, 6, 10), 108-109 (IV, 15, 24), 133-134 (V, 10, 20), 174 (VII, 5, 7) e 180 (VII, 7, 11).
Con riguardo all’assoluta perfezione che è propria di Dio l’Aquinate nota che se «ci fossero più dei, bisognerebbe che in qualche cosa differissero: quindi qualche cosa converrebbe all’uno che non converrebbe all’altro. E se questo qualche cosa fosse una privazione, l’uno non sarebbe pienamente perfetto; se poi fosse una perfezione, l’altro ne sarebbe mancante».
In relazione all’unità Tommaso rileva che se tutto si oppone alla divisione per non finire nel non essere (ovvero nel nulla) l’Essere per essenza non può che concepirsi massimamente indiviso e dunque unico.
Un'ultima nota anche attorno all’attributo dell’infinitezza divina. L’Atto Puro non ammettendo potenzialità non ha limitazione né è ricevuto da alcunché ma è assolutamente infinito e illimitato: già Anassimandro riteneva che all’origine di tutto ci fosse l’apeiron, ovvero l’infinito. Ora, due entità o potenze infinite si escludono a vicenda per definizione: è forse possibile immaginare, su un piano cartesiano, due distinte superfici infinite?
Puntata #1 del 18 novembre.
Puntata #2 del 21 novembre.
Puntata #3 del 24 novembre.
Puntata #4 del 27 novembre.
Puntata #5 del 30 novembre.
Puntata #6 del 3 dicembre.
Puntata #7 del 6 dicembre.
Fonti:
AGOSTINO, Le confessioni (a cura di CARENA C.), Città Nuova, Roma 1971, pp. 91 (IV, 1, 1), 123 (V, 6, 10), 108-109 (IV, 15, 24), 133-134 (V, 10, 20), 174 (VII, 5, 7) e 180 (VII, 7, 11).
GONZÁLEZ A. L., Filosofia di Dio, Edusc, Roma 2015 (ristampa della I edizione del 1988), pp. 117-118, 160-171, 175-178 e 184-187.
GUERRA M., Storia delle religioni, La Scuola, Brescia 2003, pp. 113-115 e 123-124.
PASCAL B., Pensieri e altri scritti (a cura di AULETTA G.), Mondadori, Milano 2018 (traduzione dell'opera del 1670), n. 434.
TOMMASO D'AQUINO, Somma contro i gentili, I, 28; 42 (traduzione dell'opera del 1259-1264).
ID., Somma teologica, I, 3, 3, co.; 4, 1, ad 3; 2, co.; 11, 1, co.; 3, co.; 4, co. (traduzione a cura dei Domenicani italiani dell'opera del 1266-1273).
YARZA I., Filosofia antica, Edusc, Roma 2016, pp. 23-27.
GUERRA M., Storia delle religioni, La Scuola, Brescia 2003, pp. 113-115 e 123-124.
PASCAL B., Pensieri e altri scritti (a cura di AULETTA G.), Mondadori, Milano 2018 (traduzione dell'opera del 1670), n. 434.
TOMMASO D'AQUINO, Somma contro i gentili, I, 28; 42 (traduzione dell'opera del 1259-1264).
ID., Somma teologica, I, 3, 3, co.; 4, 1, ad 3; 2, co.; 11, 1, co.; 3, co.; 4, co. (traduzione a cura dei Domenicani italiani dell'opera del 1266-1273).
YARZA I., Filosofia antica, Edusc, Roma 2016, pp. 23-27.
Immagine:
Sandro Botticelli, Sant'Agostino nello studio (particolare), 1480 circa, Firenze, Chiesa di San Salvatore in Ognissanti.
Sandro Botticelli, Sant'Agostino nello studio (particolare), 1480 circa, Firenze, Chiesa di San Salvatore in Ognissanti.
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