Se Dio esiste ed è conoscibile occorre ora chiedersi - sempre da un punto di vista esclusivamente filosofico - se è possibile riconoscere tra gli attributi divini anche
quello della bontà. Secondo Clive Staples Lewis, al di là dei «nostri disperati desideri, che ragione abbiamo per credere che Dio, qualunque metro di giudizio possiamo immaginare, sia “buono”? Tutte le prove manifeste non indicano esattamente il contrario?».
Anzitutto va rimarcata la piena identità tra essere e bene: come si è accennato nella seconda puntata esse
et bonum convertuntur, similmente a quanto avviene con gli altri
trascendentali. Rileva Tommaso: «La ragione di bene consiste in questo, che una cosa è
desiderabile: infatti Aristotele dice che il bene è “ciò che tutte le cose
desiderano”.
Ora è chiaro che una cosa è desiderabile nella misura che è perfetta, perché
ogni cosa tende appunto a perfezionare se stessa. Ma in tanto una cosa è perfetta in quanto è in atto: e così è evidente che una cosa in tanto è buona in quanto è ente; l’essere infatti è l’attualità di ogni cosa».
Se si focalizza l’attenzione sul trascendentale bonum il punto di partenza
della quarta via (esposta nella quinta puntata) è: ogni cosa che esiste è buona; e il ragionamento prosegue così: tuttavia ogni bene contingente è buono soltanto per partecipazione in quanto
non si identifica con la bontà stessa (ha la bontà, non è la
bontà); ma ciò che è buono per partecipazione presuppone qualcosa da cui riceve
la propria bontà; e poiché non si può risalire all’infinito «si deve giungere a un
primo bene» - afferma l'Aquinate - «che non è bene per partecipazione ossia in ordine a qualche cos’altro,
bensì per essenza. Ma questo è Dio. Dunque Dio è la sua stessa bontà».
L’Essere per essenza coincide quindi con il Sommo Bene. La filosofa Sofia Vanni Rovighi ha osservato che «c’è del bene a questo mondo; non si capirebbe perché non ci fosse tutto il bene, se questo mondo fosse l’assoluto; non si capirebbe perché ci fosse del bene, se non ci fosse, da qualche parte, un bene assoluto» (e si noti, en passant,
che quanto detto corregge e completa la pur straordinaria visione di Platone, il quale sosteneva che l’Idea del Bene fosse la più elevata di tutte, anche al di sopra dell’essere).
A ciò consegue che il male non può essere attribuito all’essenza
di Dio: all’Ipsum Esse Subsistens non può afferire nulla per
partecipazione e dunque, rileva Tommaso, se «a
lui si attribuisse il male, non gli sarebbe attribuito per partecipazione,
bensì per essenza. Il male però non si può attribuire per essenza a nessuna
cosa: poiché […] in
tal caso verrebbe a mancarle l’essere; poiché il male nella sua essenza esclude
come il bene la mistura di quanto gli è estraneo». Già Agostino aveva osservato che «La corruzione non può evidentemente raggiungere in alcun modo il nostro Dio».
Resta ora da esaminare da un lato se Dio conosca il male e dall’altro se lo possa volere e compiere.
Quanto alla conoscenza del male da parte di Dio va notato con l'Aquinate che ogni cosa «è conoscibile nella misura in cui essa è: quindi, siccome l’essere del male
consiste precisamente nell’essere privazione di bene, per il fatto stesso che
Dio conosce il bene, conosce anche il male, come mediante la luce si conoscono
le tenebre». Tuttavia la scienza di Dio come causa di tutte le cose è causa non del male, ma del bene per il quale il male viene conosciuto.
Come già Platone aveva evidenziato Dio, in quanto Sommo Bene, non può volere né compiere il male: diversamente entrerebbe
in contraddizione con se stesso; del
resto il male in quanto tale non è desiderato
da nulla in modo diretto ma sempre soltanto in quanto unito a un bene (lo si vedrà meglio nella decima puntata).
In conclusione si riporta un ampio stralcio di un manuale di catechismo (un po' datato) che offre un esempio illuminante, dal carattere esclusivamente filosofico, circa il nostro tema: «Dio non può fare certe cose perché non può volerle. Egli non può volere il male, e perciò non può farlo; e non può volerlo perché contrario alle sue perfezioni e
specialmente alla sua infinita bontà. Egli è Bontà infinita, ossia è bene
infinito, è infinitamente buono. Ma bene e male non possono star insieme come
non possono stare caldo e freddo, bello e brutto. Volere e poter fare male non
è perfezione, ma difetto; e in Dio, che è l’Essere perfettissimo, non vi sono
imperfezioni. Che ciò non sia impotenza ma perfezione lo intenderete meglio con
un esempio. Il dolore è sofferenza. Ora se noi potessimo non soffrire, non
diremmo che ciò è impotenza, ma perfezione. Così cadere ammalati è
imperfezione; e se taluno potesse non cadere malato diremmo non già che egli
non può una cosa, cioè ammalarsi, ma che ha una preziosa perfezione, un
prezioso dono. Il male è come una malattia spirituale; e Dio che è
perfettissimo non può soffrire nessun male, e perciò non può né volere né fare
il male. Inoltre Dio non può fare ciò che implica contraddizione, che una cosa
sia e non sia, che sia bianca e insieme sia nera, né ciò che è contrario alla
verità».
AGOSTINO, Le confessioni, VII, 4, 6 (a cura di CARENA C.), Città Nuova, Roma 1971, p. 174.
ID., La vera religione, 19, 37 (a cura di VANNINI M.), Mursia, Milano 2020, p. 79.
CLAVELL L., PÉREZ DE LABORDA M., Metafisica, Edusc, Roma 2006, pp. 234-237 e 329-335.
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TOMMASO D'AQUINO, Il male, 1, 1, co.; 2, co. (traduzione dell'opera del 1266-1267).
ID., Somma contro i gentili, I, 38, 3; 39, 3-4; 40, 2; 71; 95; III, 3 (traduzione dell'opera del 1259-1264).
ID., Somma teologica, I, 4, 2, co.; 5, 1, co.; 6, 3, co.; 14, 10, co. e ad 2; 19, 9, co.; 103, 2, co. (traduzione a cura dei Domenicani italiani dell'opera del 1266-1273).
YARZA I., Filosofia antica, Edusc, Roma 2016, p. 233.