Vorrei in queste righe soffermarmi su uno dei vari spunti di riflessione che Vittorio Messori - citato più volte su questo blog - propone nella sua tanto ricca quanto agevole analisi circa la credibilità dei Vangeli contenuta nel best seller Ipotesi su Gesù.
Si tratta della questione dell'inspiegabile monoteismo di Israele, che il giornalista pone in questi termini: «Da dove viene il suo rigoroso monoteismo se tutte le religioni antiche (mediterranee e orientali non solo, ma anche africane, americane e australiane) sono invece politeiste?». Una tale concezione della divinità di norma è risultato di una lunga evoluzione: il politeismo (con rare tendenze a individuare una divinità suprema) appare costantemente ricorrente in epoca storica (mentre la più arcaica rappresentazione del divino, risalente alla preistoria, sembra essere la "dea madre terra").
Già Blaise Pascal aveva notato che l'Israele biblico è «un popolo singolare, separato da tutti gli altri popoli della terra», il quale «adora un solo Dio».
Il lucido monoteismo espresso nella Bibbia appare sorprendente: come è possibile che un popolo derivante da un clan nomade, senza un livello culturale particolare, attorniato da civiltà superiori tutte politeiste - si chiedono gli studiosi Lucas Francisco Mateo-Seco e Giulio Maspero - abbia raggiunto l'idea di un solo Dio, unico Signore dell'universo e della storia?
Certo, nella stessa Bibbia si nota un qualche progresso in tale concezione: da testimonianze dell'adorazione di un solo Dio senza l'esplicita negazione degli altri dei che si ricavano dalle storie più antiche (monolatria) si giunge, specialmente grazie alle lotte dei profeti contro la tentazione di adorare divinità di altri popoli, a indiscutibili affermazioni circa l'esistenza di un solo Dio (monoteismo assoluto), come ad esempio in Is 44-45.
Questa chiara opzione è tanto evidente quanto difficile da spiegare che lo storico e filosofo Yehezkel Kaufmann vi dedicò uno studio di ben otto volumi (pubblicato nel 1960). E affermava: «il monoteismo ebraico resta un fenomeno che sfugge all'indagine del ricercatore. Qui, ci troviamo alla soglia di uno dei più profondi misteri della storia».
Come venirne a capo? Un'ipotesi - forse non così azzardata - è che questo popolo abbia davvero vissuto ciò che ha creduto. Che cioè abbia veramente ricevuto una singolare rivelazione divina.
Quella che tanto avrebbe desiderato Platone, quando nel Fedone notava che dinanzi a questioni complesse si può scoprire da sé come stanno le cose o apprenderlo dai migliori ragionamenti degli altri: ragionamenti sui quali, «come su una zattera,
affrontare il rischio della traversata del mare della vita: a meno che non si
possa fare il viaggio in modo più sicuro e con minor rischio su più solida
nave, cioè affidandosi a una rivelazione divina».
Fonti:
DANIÉLOU J., Saggio sul mistero della storia, Morcelliana, Brescia, 2012 (III edizione, traduzione dell’opera del 1953).GUERRA M., Storia delle religioni, La Scuola, Brescia 2003, pp. 19 e 30-31.
La Bibbia di Gerusalemme, EDB, Bologna 1985, pp. 1519-1520.
MATEO-SECO L. F., MASPERO G., Il mistero di Dio Uno e Trino. Manuale di Teologia Trinitaria, Edusc, Roma 2014, pp. 27-29.
MESSORI
V., Ipotesi su Gesù, SEI, Torino 1976, pp. 70-71 e nota 4.
PASCAL B., Pensieri e altri scritti (a cura
di AULETTA G.), Mondadori, Milano 2018 (traduzione dell'opera del 1670), n. 619.
PLATONE, Fedone, 85 c – d, in ID., Tutti gli scritti (a cura di REALE G.), Bompiani, Milano 2000, p. 95.RATZINGER J., Introduzione
al cristianesimo, Queriniana, Brescia 2005 (traduzione dell’opera del 1968,
2000 e 2005), pp. 113-117.
Immagine:
Michelangelo Buonarroti, Creazione di Adamo (particolare), 1511 circa, Roma, Cappella Sistina.
Michelangelo Buonarroti, Creazione di Adamo (particolare), 1511 circa, Roma, Cappella Sistina.
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